Burry rinuncia a short su SpaceX: troppo caro anche per lo scommettitore controcorrente
Michael Burry, celebre investitore noto per le sue scommesse contrarie, ha dichiarato di essere tentato di posizionarsi al ribasso su SpaceX ma ha deciso di non farlo a causa dei prezzi eccessivamente elevati delle opzioni put. L'analista sottolinea come la capitalizzazione di mercato della società di Elon Musk abbia raggiunto valutazioni che superano quella di molte aziende consolidate e grandi fortune accumulate nel tempo. La dichiarazione evidenzia il paradosso dei mercati attuali: persino gli short seller convinti trovano difficile posizionarsi contro asset considerati sopravvalutati quando i costi di protezione diventano proibitivi. Per gli investitori italiani, il commento riflette la volatilità e le valutazioni estreme che caratterizzano i titoli growth e le aziende non profittevoli, suggerendo cautela nella gestione del portafoglio durante cicli di euforia di mercato.
Questa notizia è rilevante perché la rinuncia di Burry allo short su SpaceX segnala che i costi di hedging su asset growth ad alta valutazione stanno diventando proibitivi, riflettendo aspettative di continuazione dell'euforia tech. Questo comportamento controintuitivo (nemmeno uno short seller convinto riesce a shormare efficacemente) alimenta ulteriormente il sentiment rialzista sui titoli growth e tech, sostenendo il rally del Nasdaq e dei comparabili ad alta beta.
Situazioni simili si sono verificate durante la bolla dot-com (2000) e la fase iniziale della bolla tech dei FAANG (2017), quando i costi di protezione al ribasso raggiungevano livelli tali da scoraggiare persino i bear conviction più forti. La dichiarazione di Burry ricorda il dilemma degli investitori durante la corsa Tesla pre-2021, quando le valutazioni stretching rendevano costoso hedging contro il trend dominante.
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